Il banchiere Geronzi condannato a 4 anni per il crac della Cirio

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E’ definitiva la condanna che la magistratura ha inflitto al banchiere romano, Cesare Geronzi, nell’ambito del fallimento della Cirio.

Il noto banchiere romano, Cesare Geronzi è stato condannato a quattro anni per concorso in bancarotta nell’ambito del processo sul crac della Cirio. Secondo i giudici della cassazione, il banchiere forniva credito all’azienda già in dissesto per poi riprenderselo subdolamente. Secondo quanto emerso in giudizio, nel 1999 fu lui ad imporre a Cragnotti (che versava in grande crisi di liquidità) di vendere la Eurolat alla Parmalat allora di proprietà di Calisto Tanzi. L’incasso dei proventi di quella cessione non andarono a finanziare la Cirio ma furono impiegati per rimborsare il debito della Cirio nei confronti della Banca di Roma. Geronzi, in pratica, aveva subodorato aria di fallimento cosi ha pensato bene di farsi restituire i finanziamenti erogati.

Un principio analogo che le banche creditrici di Cirio hanno adottato al fine di evitare di perdere il denaro prestato, vendendo (tra il 2000 e il 2002) ben 1,15 miliardi di obbligazioni ai propri risparmiatori. Anche in questo caso, i proventi servirono a restituire i debiti della Cirio contratti con altri istituti bancari. Tra i creditori anche Unicredit, Banca Intesa e altri cinquanta istituti che consigliavano ai propri risparmiatori di acquistare i bond Cirio anziché virare verso approdi più sicuri come i Bot. Il tutto avveniva promettendo rendimenti di quasi il 7%.

Ma, come ben sappiamo, la Cirio è fallita mandando in fumo i risparmi di 35 mila risparmiatori. Va anche precisato che l’anno successivo fallì anche la Parmalat, finanziata sempre da Capitalia. Negli anni a seguire Geronzi, abile regista di questi fallimenti a discapito dei risparmiatori, entrerà in Generali, un’altra delle casseforti più gettonate dai risparmiatori italiani, dove venne poi messo alla porta da Alberto Nagel dopo che l’accusa aveva chiesto 8 anni di carcere. La magistratura giudicante lo condannò a 4 di anni, oggi la Cassazione ha confermato questa sentenza.