Italia e Cina: si apre l’accordo per la via della seta

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Resistendo alle pressioni di Washington e di Bruxelles, da qualche ora l’ Italia è diventata il primo paese del G7 ad aderire alla controversa Belt and Road Initiative ( BRI ) cinese.

Il primo ministro italiano Giuseppe Conte, ha firmato un memorandum d’intesa (MoU) con il presidente cinese Xi Jinping  a Roma, approvando lo schema di costruzione dell’infrastruttura globale.

I requisiti dell’accordo

Il MoU non è vincolante. Ma aprendo la porta a una maggiore cooperazione cino-italiana, potrebbe contribuire a rendere più drastiche le fratture tra Roma ei suoi alleati tradizionali e all’interno del governo frammentato della coalizione italiana.

Annunciato nel 2013 come un ambizioso piano per costruire una “cintura” di corridoi terrestri e una “strada” di rotte marittime che attraversano l’Asia, il Medio Oriente , l’Africa e l’ Europa , il BRI si è evoluto fino a coinvolgere differenti paese per scambi non solo commerciali ma anche culturali.

Conosciuto anche come “The New Silk Road”, promette di rafforzare i legami commerciali e di investimento della Cina con il resto del mondo e consolidare la sua posizione di grande potenza economica globale.

Cosa nasconde il progetto cinese? Le necessità dell’Italia

I progetti BRI sono finanziati da imprese statali cinesi che offrono prestiti e crediti economici ai paesi partecipanti. Secondo le previsioni infatti, gli investimenti della Cina nei paesi BRI potrebbero raggiungere 1,3 miliardi di dollari entro il 2027.

Lo schema ha attirato l’attenzione dei critici che accusano Pechino di impegnarsi nella cosiddetta ” diplomazia trappola del debito ” e potenzialmente mascherando gli sforzi militari come imprese commerciali.

La decisione dell’Italia di sfidare il recente contraccolpo e aderire al BRI arriva in un momento in cui il potenziale per incrementare le esportazioni italiane verso la Cina e pompare denaro in infrastrutture italiane in rovina si appresta ad essere una proposta particolarmente allettante. L’Italia ha un debito pubblico oneroso ed è caduto in recessione alla fine dell’anno scorso. Cercava quindi un modo per sopperire alle mancanze erariali. Tra le altre cose, ha anche bisogno di sostenere e rafforzare i suoi legami commerciali con la Cina [e] questo accordo serve a dare una svolta alla nazione.

Le reazioni da Bruxelles

L’Italia è il tredicesimo  paese dell’Unione europea a firmare un memorandum d’intesa con la Cina. Ma è il primo membro del G7 a farlo, mettendo in discussione la coesione del tavolo stesso.

La mossa decisiva è anche un audace affronto a Bruxelles, che si è impegnata in un’acronistica battaglia di bilancio con Roma l’anno scorso al fine di ridimensionare l’Italia in quelli che erano i suoi piani di spesa. Bruxelles e Roma hanno lavorato insieme su numerosi fronti, in primis per affrontare gli spinosi problemi inerenti all’immigrazione.

Accordo con la Cina: da cosa nasce l’avvicinamento asiatico dell’UE

L’Italia ha problemi. Oggi non è felice con l’UE e l’UE non riesce più a gestire ogni cosa. Pertanto è apparso palese che l’unica via d’uscita da questo enigma è che [l’Italia] espanda il proprio commercio. Questo almeno è quanto gli esperti economisti affermano per giustificare in un certo senso il comportamento italiano. Ma quanto sta inficiando su questa decisione l’atteggiamento di Trump?

Essere parte della Belt and Road Initiative darebbe alla nostra nazione un po ‘più di indipendenza e ovviamente offrire più scambi. Ecco perché Bruxelles ha avuto una reaziome più dura contro i BRI da quando sono emerse le prime notizie dei piani italiani per aderire al programma.

La scorsa settimana la Commissione europea e il braccio diplomatico dell’UE hanno pubblicato un documento che etichettava la Cina come un “rivale sistemico” e minacciavano di inasprire le normative sugli investimenti cinesi in Europa. Il documento includeva anche l’impegno che gli stati membri dell’UE avrebbero spinto per un approccio comune ai rischi di sicurezza 5G in risposta alle preoccupazioni sollevate dagli Stati Uniti rispetto al colosso tecnologico cinese Huawei.

Appare evidente dunque che nelle dinamiche internazionali non sono poche le alleanze difficili. Tant’è che alcuni analisti vedono anche l’abbraccio italiano dei BRI come un gesto simbolico di indipendenza prima delle elezioni del Parlamento europeo di maggio.

Il caso Huawei: c’è da preoccuparsi?

Questo accordo è qualcosa che il governo europeo può considerare come punto di partenza per la strada verso l’autonomia italiana. Ciò è stato ben definito dal ministro Giuseppe Conte, che tende a dover mediare tra i partner della coalizione più di quanto non sia in grado di prendersi il merito di nuove iniziative.

Ma unirsi ai BRI potrebbe ulteriormente esacerbare le tensioni tra i due principali partiti nel governo di coalizione italiano. Il movimento cinque stelle, appoggiando le scelte di Conte ha difeso glk stretti legami con la Cina. Mentre dal suo canto la coalizione, che della partecipazione europea non è contenta, ovvero la Lega (che come sappiamo è di estrema destra) sta cercando di mantenere buoni rapporti con gli Stati Uniti, che è coinvolto in una guerra commerciale in corso con Pechino.

L’Italia è una grande economia globale e una grande fonte per gli investimenti. L’approvazione del BRI conferisce legittimità all’approccio predatorio cinese agli investimenti e dovrebbe dunque portare un eventuale beneficio alla popolazione italiana.

In questo simile quadro c’è inoltre da considerare un fatto rilevante. Ovvero che gli Stati Uniti e la Cina sono anche in una vertiginosa disputa su Huawei, i cui prodotti rivendicati degli Stati Uniti rappresentano un rischio per la sicurezza nazionale.

Quando i rapporti sulle intenzioni italiane sono emersi all’inizio di marzo, il Consiglio di sicurezza nazionale della Casa Bianca ha twittato : “L’approvazione del BRI conferisce legittimità all’approccio predatorio cinese agli investimenti e non porterà benefici al popolo italiano”.

Comunque sia qualche giorno fa, Conte ha tentato di placare gli animi a Washington, dicendo al parlamento italiano che qualsiasi accordo commerciale ed economico con la Cina “non rimette a distanza la nostra alleanza euro-atlantica”.